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giovedì 4 luglio 2013

Chiba, The Ghost-Watcher! - Episodio I

Il Primo Giorno
Konachan.com - Orihara Izaya


   La mattina del suo secondo anno di scuola superiore era una bellissima giornata di sole, ma Chiba non poteva vederlo perché i raggi che filtravano da dietro le tende erano insufficienti per destarlo dal sonno. La sveglia elettronica sul comodino accanto al letto emetteva un ripetuto bip-bip che non sortiva l’effetto sperato.
   Per fortuna c’era chi sapeva che cosa stava accadendo. Passi pesanti risuonarono sulle scale, poi la porta si aprì con un colpo secco e proprio mentre Chiba si girava sul fianco sinistro, infastidito da quel rumore, qualcosa si appoggiò bruscamente sopra la sua tempia, strappandolo al sonno.
   «Svegliati o farai tardi, cretino.»
   La testa di Chiba scattò in alto, seguita dal suo pugno sinistro che colpì l’aria perché il nuovo venuto ritirò il piede di scatto, guardandolo dall’alto del suo metro e ottanta mentre mangiava del riso da una ciotola con le bacchette.
   «Mi posso svegliare anche da solo. Piantala di farlo tu in questo modo, Toshio!»
   Deglutito il boccone, Toshio ridacchiò. «Se avessi uno yen per ogni volta che l’hai detto, a quest’ora non servirebbe più che andassi a lavorare!» Un ghigno si allargò sul suo viso, mentre i suoi occhi neri fissavano quelli simili del fratello.
   Irritato, Chiba si alzò dal letto e chiese in modo piuttosto brusco al fratello di uscire dalla stanza. Questi fece come da lui richiesto, dicendo: «La colazione è sul tavolo. Datti una mossa o a scuola dovrai andarci correndo.»
   La predica lo infastidì ulteriormente, ma l’idea non gli piaceva affatto e si diede in fretta una sistemata nel bagno di fronte. Indossò i pantaloni neri e la camicia bianca dell’uniforme scolastica, mentre dal piano inferiore venne il rumore della porta d’ingresso che si chiudeva alle spalle di suo fratello. Cercò di dare una forma ai suoi capelli corvini, con scarsi risultati.
   Scese e andò in cucina, dove trovò sul tavolo un vassoio con una ciotola di riso con alghe e del pane bianco di fianco. Il tempo era clemente: l’orologio sulla parete segnava le sette e trentadue. “Da come diceva Toshio sembrava molto più tardi” pensò mentre iniziava a mangiare. Terminò il pasto con accorta rapidità, prese la cartella che aveva appeso alla sedia vicina e uscì di casa.
   La luce del sole lo accolse: facendosi schermo con la mano sinistra per quell’attimo che bastò a far sì che vi si abituasse, uscì dal piccolo giardino, e chiuso il cancello s’avviò lungo la strada con la cartella appoggiata sulla spalla e la mano destra affondata nella tasca dei pantaloni.


   Un paio di deviazioni, e in poco tempo si trovò sulla strada principale di Ayagi, nei pressi dell’ingresso ovest del distretto commerciale. Marciapiedi e strada erano entrambe colme rispettivamente di gente e veicoli: ovunque si posasse lo sguardo si potevano vedere palazzi più o meno alti, molti con sopra insegne pubblicitarie. Sulla fiancata d’uno di questi un grande schermo trasmetteva le previsioni meteorologiche: sole per tutta la giornata.
   “Una buona notizia” pensò Chiba mentre s’apprestava a salire le scale del ponte pedonale. Due sue coetanee con l’uniforme di un’altra scuola camminavano davanti a lui, parlando tranquillamente. Abbassò per un istante lo sguardo sulle loro gonne a quadri, poi, giunto in cima alle scale, le superò procedendo con passo sostenuto tra gli altri presenti.
   Al centro del ponte, appoggiata alla balaustra, c’era una bambina con un nastro azzurro tra i corti capelli neri e un abito bianco a un pezzo terminante in una lunga e ampia gonna.
   “Ancora lei” pensò Chiba, continuando a camminare. La bambina si voltò verso di lui con espressione vuota, fissandolo brevemente prima di ritornare a guardare il traffico.
   Chiba sospirò, indeciso tra il tirare dritto oppure fermarsi per chiederle se avesse bisogno di qualcosa, magari ottenendo una risposta, a differenza dell’ultima volta. “Se la gente mi vedesse crederebbe che sono un pazzo che parla solo.”
   Da quanto ne sapeva, in tutta la città soltanto lui era in grado di vedere i fantasmi.
   Corrugò la fronte, fermandosi. Nonostante tutto non riusciva ad andarsene facendo finta di nulla. "Vediamo almeno di non sembrare un povero pazzo." Prese dalla tasca le chiavi di casa e quando fu in prossimità del fantasma le lasciò cadere. «Accidenti» borbottò, inginocchiandosi per raccoglierle. Sentì una bassa risata, ma quando sollevò lo sguardo non riuscì a individuare il responsabile tra la gente che attraversava il ponte pedonale. "Lasciamo perdere. Concentriamoci sulla bambina."
   Quando riportò l'attenzione su di lei, se la ritrovò a un soffio dal viso. Sussultò per la sorpresa, ma riuscì ad abbozzare un sorriso mentre abbassava di nuovo lo sguardo sulle chiavi, fingendo di controllare che ci fossero tutte. "E ora che faccio? C'è troppa gente, se dico qualcosa mi sentiranno. Ma è un fantasma, forse riesce a sentire i miei pensieri." Alzò gli occhi su di lei. "Dai, dimmi che cosa ti serve per riposare in pace."
   La bambina spostò la testa di lato, fissandolo con quel suo sguardo inespressivo. "Beh…non è che questo mi aiuti a capire. Fai un cenno di testa, dannazione!"
    Resosi conto di essere rimasto troppo tempo inginocchiato, Chiba sospirò e fece per alzarsi prima che qualcuno si fermasse per chiedergli se si sentiva male. In quel momento, le mani della bambina scattarono in avanti e gli afferrarono il viso, trasmettendogli una lieve sensazione di freddo che tutto sommato era anche piacevole.
   «Che…» iniziò Chiba, ma le altre parole gli rimasero in gola quando davanti agli occhi gli apparve qualcosa, tanto improvvisamente da fargli spalancare le palpebre.


Piedi nudi che salgono scale di legno che scricchiolano.

Un muro macchiato di sangue fresco.

Una figura alta di spalle, immersa nella penombra, che trascina un corpo dalla caviglia.

Una casa a due piani che arde oltre un basso muretto, mentre da lontano echeggia il suono della sirena dei vigili del fuoco.


   Insieme alle immagini avvertì anche sensazioni spiacevoli: confusione, agitazione, disperazione, paura, terrore. Dolore. Alla fine Chiba si staccò dalla presa del fantasma con un grido e crollò seduto sul pavimento, pallido in viso e col cuore che batteva tanto forte che lo poteva sentire nelle orecchie. La gente si fermò a guardarlo, altri lo fissarono mentre gli passavano accanto; alcuni mormoravano cose, di cui Chiba colse solamente una frase. «Ma che gli ha preso a quel pazzo?»
   La bambina era svanita. "E' così…che è morta?" pensò sconvolto mentre si rimetteva in piedi. "Credevo in un incidente." Comunque adesso aveva ben chiaro il motivo per cui il suo spirito non era riuscito a trapassare.
   Un forte schiaffo sulla schiena spinse Chiba in avanti di alcuni passi. «EHI!» esclamò, voltandosi a denti e pugni stretti. La sua espressione passò a una sorpresa quando vide un ragazzo della sua età e altezza vestito con la sua stessa uniforme, il viso di forma triangolare e corti capelli neri. Portava la cartella sulla schiena e aveva la mano sinistra affondata nella tasca.
   «Ehi!» esclamò quello con un sorriso strafottente. «Meglio dire "buongiorno", non pensi?»
   Chiba non si sentiva dell'umore, ma abbozzò lo stesso un sorriso. «Non certo se finisco per vederti così presto, Shohei.»
   Quello fece una faccia esageratamente triste. «Oh, così mi ferisci! Pensavo che la lontananza per le vacanze estive ti avesse fatto piangere sul cuscino.»
   Chiba ghignò, sentendosi più rilassato. "Meno male che sei arrivato tu." «Certo che ho pianto, ma di gioia.»
   «Male, Nagase! Molto male! Un vero uomo non piange mai. Per penitenza adesso verrai con me!»
   Chiba inarcò un sopracciglio. «Io vado a scuola. Non so quanto convenga mancare il primo giorno.»
   «Ma che dici?! E' proprio perché è il primo giorno! Tanto dopo la cerimonia di inizio anno non è che si farà granché.» Shohei sorrise ancora di più. «Forza, non farti pregare!»
   Chiba ci pensò sopra. "Non è che ha tutti i torti. E poi non mi va più di andare a scuola, adesso." «E va bene. Che avevi in mente?»
   «E' una sorpresa.»

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