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martedì 2 giugno 2015

Pillole di Storia - La Nascita della Repubblica Italiana







   Il 2 giugno 1946, come stabilito dal Decreto Luogotentenziale n.151 del 25 giugno 1944, il popolo italiano viene chiamato alle urne per scegliere tra il mantenimento della Monarchia o il passaggio alla Repubblica. Si tratta delle prime consultazioni libere dopo venticinque anni, e le prime dove le donne hanno diritto di voto.
   Il 10 giugno la Corte di Cassazione proclamò il risultato delle elezioni: 12.700.000 voti per la repubblica contro 10.700.000 per la monarchia. Tre giorni più tardi, dopo due anni come Luogotenente del Regno e meno di un mese come Re, Umberto II della Casa dei Savoia deciderà di ignorare gli inviti filo-monarchici a restare (sospettavano brogli letterari in realtà inesistenti), non intenzionato a rischiare una guerra civile. Accettato il fatto compiuto, lascerà l'ormai Repubblica d'Italia per ritirarsi in esilio nel Portogallo.

mercoledì 12 novembre 2014

Pillole di Storia - Il massacro di My Lai




   E' in un certo senso affascinante quanto si sappia degli eccidi commessi da nazisti e fascisti durante la Seconda Guerra Mondiale, ma quanto invece si sia all'oscuro dei crimini di guerra che i soldati statunitensi (quelli che nell'immaginario collettivo ancora vengono identificati come "eroi" e "guerrieri per la pace" per il loro contributo nel suddetto conflitto) hanno commesso in altri. Uno di questi crimini è il massacro di My Lai avvenuto il 16 marzo del 1968 durante la Guerra del Vietnam, in cui alcuni soldati statunitensi si comportarono esattamente nella stessa maniera del nemico nazista contro cui soltanto vent'anni prima molti loro connazionali erano scesi in battaglia, sacrificando la vita.



I FATTI




Una casa bruciata con dei corpi carbonizzati all'esterno.



L'Intelligence degli Stati Uniti considerava il villaggio di Son My, nella provincia di Quang Ngai, come un luogo in cui si sospettava alcuni combattenti del 48esimo Battaglione del Fronte di Liberazione Nazionale, facente parte del Viet Cong, avessero trovato rifugio dopo l'Offensiva del Tet. Alcuni dei distretti del villaggio erano considerati sostenitori di questo battaglione.
La Compagnia Charlie del Primo Battaglione, Ventesimo Reggimento di Fanteria, Undicesima Brigata, Ventitreesima Divisione, era arrivata nel Vietnam meridionale nel dicembre del 1967 e aveva subito la perdita di ventotto uomini nella metà di marzo del 1968. Ciò che accade nel My Lai e negli altri distretti di Son My può dunque essere considerata una degenerazione causata dal rancore per i compagni d'arme uccisi, di cui fecero però le spese persone innocenti.
Nel gennaio del 1968 era stata istituita un'unita delle dimensioni di un battaglione, chiamata Task Force Barker, appartenente all'Undicesima Brigata e comprendente anche la Compagnia Charlie (o Compagnia C), guidata dal Luogotenente Frank Barker. La Task Force era stata creata per occuparsi proprio del 48esimo Battaglione del Viet Cong, che si riteneva fosse a Son My. La zona, chiamata "Pinkville" dai membri della TF Barker, era stata già attaccata nel febbraio del '68 ottenendo un limitato successo con la distruzione di rifornimenti e fortificazioni del nemico a prezzo di alcune perdite.



Una foto di alcune vittime del massacro, scattata da un
fotografo dell'Esercito Americano.



Presa dunque la decisione di chiudere una volta per tutte la partita con il 48esimo Battaglione del Viet Cong, era stato dato alla TF Barker l'ordine di muovere su Son My e sterminare i guerriglieri che si riteneva fossero in alcuni dei suoi distretti. Alla Compagnia C il compito di muovere all'interno del villaggio e ingaggiare il nemico, mentre le altre squadre avrebbero fornito supporto.
Il 16 marzo del 1968, trasportati nelle vicinanze dell'obiettivo dagli elicotteri, la Compagnia C guidata dal Capitano Ernest Medina e le altre componenti della TF Barker procedettero verso Son My senza incontrare la strenua resistenza che era stata loro auspicata nelle fasi preparatorie. Il Primo Plotone e il Secondo Plotone della Compagnia C, guidati rispettivamente dai Luogotenenti William Calley e Stephen Brooks, giunsero nei nei distretti designati ma non vi trovarono traccia dei guerriglieri Viet Cong. Gli unici presenti erano civili disarmati che si stavano preparando per un giorno di mercato, ed è qui che comincia il macabro spettacolo. I soldati della Compagnia C si diedero al massacro indiscriminato dei civili presenti, facendo saltare in aria case con della gente all'interno, sparando a chiunque tenti la fuga, uccidendo sia donne che bambini. Alcune donne furono stuprate e mutilate prima di essere uccise. Quei soldati che non parteciparono all'eccidio non protestarono nemmeno apertamente contro di esso. Le abitazioni del villaggio furono poi date alle fiamme.




CONSEGUENZE



I rapporti ufficiali riguardo a quel 16 marzo riportavano sempre l'uccisione di un gran numero di guerriglieri del Viet Cong, indicando talvolta anche piccole perdite di civili nel corso di un fantomatico conflitto a fuoco. Il tentativo da parte delle autorità militari statunitensi di insabbiare il crimine di guerra commesso dai suoi soldati, ignorando lettere di soldati che incitavano chi di dovere a indagare più a fondo su ciò che era accaduto a My Lai, indicando persino testimoni oculari. Il loro deprecabile piano sarebbe andato a buon fine, se non fosse stato per un giornalista investigativo indipendente, Seymour hersh, che dopo lunghe interviste con il Capitano Calley rese pubblica, il 12 novembre del 1969, la storia del massacro di My Lai.
Indagini furono aperte, e in seguito ventisei soldati furono portati davanti alla Corte Marziale per rispondere dei loro crimini. Il Luogotenente William Calley, che per tutta la durata del processo affermò di aver eseguito ordini impartitogli dal suo superiore, il Capitano Ernest Medina, fu il solo ad essere giudicato colpevole per i fatti di My Lai e condannato all'ergastolo. Medina negò invece di aver mai dato gli ordini che portarono al massacro (contrariamente a quanto sostenuto da molti soldati della Compagnia C) e venne assolto dalle accuse.
Molti si sollevarono contro la condanna a Calley, e due giorni dopo, quest'ultimo ricevette dal Presidente  Richard Nixon la riduzione della pena a vent'anni da scontarsi agli arresti domiciliari. Tre anni e mezzo dopo, Calley tornò un uomo libero.

martedì 3 settembre 2013

Un addio e un nuovo inizio

   Ieri pomeriggio il mio vecchio amico a quattro zampe (un bel cane di taglia grande, nero con macchie marroni su zampe e muso) è arrivato alla fine della sua vita, dopo undici anni e mezzo. Visto che negli ultimi giorni aveva dato segni preoccupanti, rifiutando il cibo, ed essendo praticamente diventato miope, forse addirittura cieco, mi ero preparato all'idea che non sarebbe vissuto oltre la settimana. Se n'è andato in modo relativamente sereno, comunque silenziosamente perché né io né mia madre ci siamo accorti di nulla, e quando siamo andati a vedere cosa stava facendo lui era già spirato. E' stato un colpo improvviso, visto che mezz'ora prima era vivo, ma non è che si possa decidere il momento in cui morire.

   Dopo averlo visto crescere, pensare che non ci possa essere più è una sensazione strana e dolorosa. Non ho esternato i miei sentimenti con lamenti singhiozzati e lacrime, come ha fatto mia madre quando ha visto il suo corpo. E' radicato in me una sorta di rifiuto al mostrare la mia sofferenza, comunque qualche lacrima l'ho versata anche io, quando non c'era nessuno intorno a me, e sento nel petto un peso che si rafforza quando penso al mio vecchio amico. Comunque, questo è il ciclo della vita: si nasce e si muore, per accedere poi a qualcosa di nuovo. Sono cristiano e credo nell'Aldilà, ed è mia convinzione che esso esista anche per gli animali. Rocky mi mancherà sempre, ma pensare in questo modo mi fa stare meglio.

   Dovranno passare probabilmente diversi anni prima che prenda in considerazione di adottare un altro animale domestico. Rocky è stato il primo, e per me insostituibile, e al momento ho tanti di quegli impegni che accollarmi l'allevamento di un cucciolo sarebbe controproducente, per me ma soprattutto per lui, perché non riceverebbe le attenzioni di cui ha bisogno. Forse in futuro, non si può mai dire.
   Ma adesso, tenendo il ricordo del mio vecchio amico nel cuore, continuerò ad andare avanti con la mia vita.

domenica 1 settembre 2013

La fine dell'estate e il soldatino di stagno

Non aggiorno il Blog da un pezzo, ma visto che credo di essere il solo a leggerlo per il momento non dovrebbe essere un problema. Quest'estate inoltre avevo un accesso limitato al Web trovandomi con un netbook privo di pennetta per Internet e con un parente il cui WI-FI funzionava un giorno sì e gli altri tre no, e credo che ciò possa essere considerato un'attenuante.

   Comunque, dopo aver terminato la parentesi Estate, con tutti i suoi pro e contro e il magnifico matrimonio di mia cugina che mi ha tenuto al Sud per diverse settimane, sono ritornato a casa, nella mia realtà fatta di impegni universitari che minacciano di travolgermi e altri impegni di scrittura auto-impostomi a cui spero di poter dedicare il (poco) tempo libero a disposizione.

   Per chi si domanda cosa c'entri tutto questo col soldatino di stagno nel titolo, si tratta di una delle fiabe che mi ha accompagnato durante la mia infanzia, di cui addirittura possedevo un album (credo) illustrato oramai perduto. La storia in breve parla di un soldatino di stagno, parte di una serie di venticinque, a cui mancava una gamba perché forgiato con lo stagno avanzato di un cucchiaio, che si innamora di una ballerina che fa parte dei giocattoli dei loro proprietari. Il soldatino finisce per attraversare varie peripezie, e il finale non ve lo dico nel caso in cui vi venisse voglia di leggerla.
   Ora, il ricordo della fiaba e la scoperta che un tale di nome Luca Tarenzi ha scritto un romanzo breve dal titolo Il sentiero di legno e sangue, che è una rivisitazione di un'altra fiaba che adoravo da bambino (il buon Pinocchio), mi ha suscitato il desiderio di farlo anch'io, e come a venirmi incontro il ricordo del soldatino di stagno si è fatto largo nella mia mente, chiedendo di essere rivisitato. Le idee che mi sono venute in mente al momento sono una sfilza di avvenimenti anche sconnessi tra loro di quel poco che mi ricordo della fiaba, che dovrò rileggere per necessità, quindi per il momento non svelerò nulla.
   Forse una volta terminata la manderò anch'io ad Asengard. Chissà se vorranno pubblicarla, come hanno fatto con quella di Tarenzi, che comunque pare essere un lavoro di qualità. Per fortuna c'è ancora gente che sa come scrivere fantasy (in questo caso New Weird).



domenica 7 luglio 2013

The Colour out of Space (Il colore venuto dallo spazio) - Howard Phillips Lovecraft




Una premessa.



   Ai tempi delle superiori mio cugino mi prestò un libro che aveva colpito la mia attenzione. Diceva che gli era stato dato come lettura estiva, nello stesso periodo in cui io stavo leggendo "Io non ho paura" di Niccolò Ammaniti sempre per lo stesso motivo (tutto sommato fu una lettura piacevole, finché continuai).
   Una sera, messo da parte "Io non ho paura", decisi di dedicare un po' di tempo al libro che mi ero fatto prestare. Il titolo non me lo ricordo precisamente, ma era una raccolta di racconti dell'orrore e c'era in copertina un'immagine del quadro "Guernica" di Picasso e il nome dell'autore: Howard Phillips Lovecraft. Un nome che non mi diceva niente.
   Apertolo, lessi il primo racconto, "Il colore venuto dallo spazio". Il titolo mi sembrò strano, così continuai a leggere. Posso soltanto dire che alla fine dell'estate del libro di Ammaniti non avevo letto nemmeno la metà e mi dovetti arrangiare a usare internet per avere informazioni sulla parte mancante, mentre quello di Lovecraft l'avevo persino riletto una seconda volta.


Di Cosa Parla.

   La storia ci viene narrata da un tecnico idrico che ricorda il giorno in cui andò a fare un sopralluogo in un paesino di campagna nei pressi della città di Arkham. Giunto nel luogo troverà, in mezzo al verde delle foreste e dei campi, un'area totalmente morta che la gente del posto chiama Landa Folgorata ma di cui non parlano volentieri, riferendosi a "i giorni terribili." Solo una persona, il vecchio Ammi, accetta di parlare della storia a cui quella terra morta è legata. Ma l'anziano uomo è considerato pazzo, e anche la storia che esce dalla sua bocca sembra una follia, tanto è inquietante e incredibile.
    I giorni terribili cominciarono con la caduta di un meteorite dal cielo, che si schiantò vicino al pozzo di una fattoria del luogo e attirò presto le attenzioni degli scienziati di Arkham, interessati ad analizzarlo. Ma le loro operazioni risvegliano qualcosa di sconosciuto che dimorava all'interno del corpo celeste e che s'insinuerà nella terra circostante con conseguenze terrificanti.



   
   "Il colore venuto dallo spazio" è un'abile unione tra fantascienza e horror, con lo stile inconfondibile di Lovecraft che riesce a trasmettere il senso di angoscia e paura che accompagna il lettore dall'inizio alla fine. H.P.L tende a non descrivere in maniera dettagliata ciò che il narratore vede, tuttavia durante la lettura si riesce ugualmente a visualizzare quello che intendeva dire.
   Concludendo, consiglio di leggerlo. Ritengo che tutti dovrebbero leggere un'opera di H.P.L almeno una volta, in particolare chi ha amato le opere di Edgar Allan Poe ed è interessato a scritti simili, se non persino superiori sotto diversi aspetti.
   E se volete un altro motivo per leggere Lovecraft, sappiate che Stephen King ne è un grande ammiratore.

giovedì 4 luglio 2013

Chiba, The Ghost-Watcher! - Episodio I

Il Primo Giorno
Konachan.com - Orihara Izaya


   La mattina del suo secondo anno di scuola superiore era una bellissima giornata di sole, ma Chiba non poteva vederlo perché i raggi che filtravano da dietro le tende erano insufficienti per destarlo dal sonno. La sveglia elettronica sul comodino accanto al letto emetteva un ripetuto bip-bip che non sortiva l’effetto sperato.
   Per fortuna c’era chi sapeva che cosa stava accadendo. Passi pesanti risuonarono sulle scale, poi la porta si aprì con un colpo secco e proprio mentre Chiba si girava sul fianco sinistro, infastidito da quel rumore, qualcosa si appoggiò bruscamente sopra la sua tempia, strappandolo al sonno.
   «Svegliati o farai tardi, cretino.»
   La testa di Chiba scattò in alto, seguita dal suo pugno sinistro che colpì l’aria perché il nuovo venuto ritirò il piede di scatto, guardandolo dall’alto del suo metro e ottanta mentre mangiava del riso da una ciotola con le bacchette.
   «Mi posso svegliare anche da solo. Piantala di farlo tu in questo modo, Toshio!»
   Deglutito il boccone, Toshio ridacchiò. «Se avessi uno yen per ogni volta che l’hai detto, a quest’ora non servirebbe più che andassi a lavorare!» Un ghigno si allargò sul suo viso, mentre i suoi occhi neri fissavano quelli simili del fratello.
   Irritato, Chiba si alzò dal letto e chiese in modo piuttosto brusco al fratello di uscire dalla stanza. Questi fece come da lui richiesto, dicendo: «La colazione è sul tavolo. Datti una mossa o a scuola dovrai andarci correndo.»
   La predica lo infastidì ulteriormente, ma l’idea non gli piaceva affatto e si diede in fretta una sistemata nel bagno di fronte. Indossò i pantaloni neri e la camicia bianca dell’uniforme scolastica, mentre dal piano inferiore venne il rumore della porta d’ingresso che si chiudeva alle spalle di suo fratello. Cercò di dare una forma ai suoi capelli corvini, con scarsi risultati.
   Scese e andò in cucina, dove trovò sul tavolo un vassoio con una ciotola di riso con alghe e del pane bianco di fianco. Il tempo era clemente: l’orologio sulla parete segnava le sette e trentadue. “Da come diceva Toshio sembrava molto più tardi” pensò mentre iniziava a mangiare. Terminò il pasto con accorta rapidità, prese la cartella che aveva appeso alla sedia vicina e uscì di casa.
   La luce del sole lo accolse: facendosi schermo con la mano sinistra per quell’attimo che bastò a far sì che vi si abituasse, uscì dal piccolo giardino, e chiuso il cancello s’avviò lungo la strada con la cartella appoggiata sulla spalla e la mano destra affondata nella tasca dei pantaloni.


   Un paio di deviazioni, e in poco tempo si trovò sulla strada principale di Ayagi, nei pressi dell’ingresso ovest del distretto commerciale. Marciapiedi e strada erano entrambe colme rispettivamente di gente e veicoli: ovunque si posasse lo sguardo si potevano vedere palazzi più o meno alti, molti con sopra insegne pubblicitarie. Sulla fiancata d’uno di questi un grande schermo trasmetteva le previsioni meteorologiche: sole per tutta la giornata.
   “Una buona notizia” pensò Chiba mentre s’apprestava a salire le scale del ponte pedonale. Due sue coetanee con l’uniforme di un’altra scuola camminavano davanti a lui, parlando tranquillamente. Abbassò per un istante lo sguardo sulle loro gonne a quadri, poi, giunto in cima alle scale, le superò procedendo con passo sostenuto tra gli altri presenti.
   Al centro del ponte, appoggiata alla balaustra, c’era una bambina con un nastro azzurro tra i corti capelli neri e un abito bianco a un pezzo terminante in una lunga e ampia gonna.
   “Ancora lei” pensò Chiba, continuando a camminare. La bambina si voltò verso di lui con espressione vuota, fissandolo brevemente prima di ritornare a guardare il traffico.
   Chiba sospirò, indeciso tra il tirare dritto oppure fermarsi per chiederle se avesse bisogno di qualcosa, magari ottenendo una risposta, a differenza dell’ultima volta. “Se la gente mi vedesse crederebbe che sono un pazzo che parla solo.”
   Da quanto ne sapeva, in tutta la città soltanto lui era in grado di vedere i fantasmi.
   Corrugò la fronte, fermandosi. Nonostante tutto non riusciva ad andarsene facendo finta di nulla. "Vediamo almeno di non sembrare un povero pazzo." Prese dalla tasca le chiavi di casa e quando fu in prossimità del fantasma le lasciò cadere. «Accidenti» borbottò, inginocchiandosi per raccoglierle. Sentì una bassa risata, ma quando sollevò lo sguardo non riuscì a individuare il responsabile tra la gente che attraversava il ponte pedonale. "Lasciamo perdere. Concentriamoci sulla bambina."
   Quando riportò l'attenzione su di lei, se la ritrovò a un soffio dal viso. Sussultò per la sorpresa, ma riuscì ad abbozzare un sorriso mentre abbassava di nuovo lo sguardo sulle chiavi, fingendo di controllare che ci fossero tutte. "E ora che faccio? C'è troppa gente, se dico qualcosa mi sentiranno. Ma è un fantasma, forse riesce a sentire i miei pensieri." Alzò gli occhi su di lei. "Dai, dimmi che cosa ti serve per riposare in pace."
   La bambina spostò la testa di lato, fissandolo con quel suo sguardo inespressivo. "Beh…non è che questo mi aiuti a capire. Fai un cenno di testa, dannazione!"
    Resosi conto di essere rimasto troppo tempo inginocchiato, Chiba sospirò e fece per alzarsi prima che qualcuno si fermasse per chiedergli se si sentiva male. In quel momento, le mani della bambina scattarono in avanti e gli afferrarono il viso, trasmettendogli una lieve sensazione di freddo che tutto sommato era anche piacevole.
   «Che…» iniziò Chiba, ma le altre parole gli rimasero in gola quando davanti agli occhi gli apparve qualcosa, tanto improvvisamente da fargli spalancare le palpebre.


Piedi nudi che salgono scale di legno che scricchiolano.

Un muro macchiato di sangue fresco.

Una figura alta di spalle, immersa nella penombra, che trascina un corpo dalla caviglia.

Una casa a due piani che arde oltre un basso muretto, mentre da lontano echeggia il suono della sirena dei vigili del fuoco.


   Insieme alle immagini avvertì anche sensazioni spiacevoli: confusione, agitazione, disperazione, paura, terrore. Dolore. Alla fine Chiba si staccò dalla presa del fantasma con un grido e crollò seduto sul pavimento, pallido in viso e col cuore che batteva tanto forte che lo poteva sentire nelle orecchie. La gente si fermò a guardarlo, altri lo fissarono mentre gli passavano accanto; alcuni mormoravano cose, di cui Chiba colse solamente una frase. «Ma che gli ha preso a quel pazzo?»
   La bambina era svanita. "E' così…che è morta?" pensò sconvolto mentre si rimetteva in piedi. "Credevo in un incidente." Comunque adesso aveva ben chiaro il motivo per cui il suo spirito non era riuscito a trapassare.
   Un forte schiaffo sulla schiena spinse Chiba in avanti di alcuni passi. «EHI!» esclamò, voltandosi a denti e pugni stretti. La sua espressione passò a una sorpresa quando vide un ragazzo della sua età e altezza vestito con la sua stessa uniforme, il viso di forma triangolare e corti capelli neri. Portava la cartella sulla schiena e aveva la mano sinistra affondata nella tasca.
   «Ehi!» esclamò quello con un sorriso strafottente. «Meglio dire "buongiorno", non pensi?»
   Chiba non si sentiva dell'umore, ma abbozzò lo stesso un sorriso. «Non certo se finisco per vederti così presto, Shohei.»
   Quello fece una faccia esageratamente triste. «Oh, così mi ferisci! Pensavo che la lontananza per le vacanze estive ti avesse fatto piangere sul cuscino.»
   Chiba ghignò, sentendosi più rilassato. "Meno male che sei arrivato tu." «Certo che ho pianto, ma di gioia.»
   «Male, Nagase! Molto male! Un vero uomo non piange mai. Per penitenza adesso verrai con me!»
   Chiba inarcò un sopracciglio. «Io vado a scuola. Non so quanto convenga mancare il primo giorno.»
   «Ma che dici?! E' proprio perché è il primo giorno! Tanto dopo la cerimonia di inizio anno non è che si farà granché.» Shohei sorrise ancora di più. «Forza, non farti pregare!»
   Chiba ci pensò sopra. "Non è che ha tutti i torti. E poi non mi va più di andare a scuola, adesso." «E va bene. Che avevi in mente?»
   «E' una sorpresa.»

lunedì 1 luglio 2013

Corpse Party: Blood Covered (Manga)







   C'è da dire che ho sempre amato i manga a tema horror. Purtroppo in Italia non ne vengono pubblicati molti, o comunque quando li scopro sono troppo avanti coi volumi oppure terminai da un pezzo. Chiamatelo pure pessimo tempismo. Così ho iniziato ad affidarmi ai gruppi di scan inglesi, trovandone a bizzeffe. Tra questi il manga che mi ha colpito di più è questo sopracitato, di cui esistono anche una serie di visual novel per PSP e una vecchia versione per PC del 1996. Non avendo la prima e non essendo ancora riuscito a trovare la seconda, mi limiterò a parlare del manga.
   Vediamo di cosa si tratta.


TRAMA

   

   Un tardo pomeriggio dopo le lezioni, durante un temporale, alcuni studenti dell'Accademia Kisaragi sono riuniti nell'aula con la sola luce della candela a illuminarli, ascoltando la storia della loro capoclasse, Ayumi Shinozaki, riguardo a un tremendo omicidio avvenuto molti anni prima nella Scuola Elementare Tenshin, che fu demolita per lasciar posto al loro istituto liceale.
   Sembra una storia di terrore come tutte le altre, tuttavia quando Shinozaki convince gli altri a fare un rito sostenendo che in tal modo sarebbero tutti rimasti amici per sempre, un violento terremoto li catapulta in quello che si rivela essere la Scuola Elementare Tenshin. Ma non sono soli: aule, corridoi, ovunque tra la sporcizia e le rovine ci sono cadaveri più o meno vecchi, mentre fantasmi e altre presenze si aggirano per l'edificio, dimostrandosi un'aiuto oppure attentando alla loro vita.



Sembra che dovrebbe anche uscire un a-movie quest'anno,
anche se non sono notizie certe.



IL MIO GIUDIZIO


   Corpse Party: Blood Covered è un ottimo manga in cui terrore e suspence vengono gestite abilmente, riuscendo a far avvertire al lettore la sensazione che accadrà qualcosa anche in momenti di relativa calma. La violenza è ben dosata in base alle situazioni. I personaggi, squisitamente caratterizzati, passano da vari stati di shock e terrore a tentativi di farsi forza, a vicenda o da soli, in modo da riuscire a trovare una maniera di sopravvivere, sebbene non siano in grado di affrontare le presenze maligne che infestano l'edificio.





   Per quanto riguarda l'aspetto grafico, il disegno dei personaggi è semplice ma gradevole, mentre l'uso del bianco e del nero è utilizzato in maniera saggia per adattarsi alle varie atmosfere.
   Nel complesso una bella storia, non banale né scontata e ricca di colpi di scena.
   Il manga è scritto dMakoto Kedōin e disegnato da Toshimi Shinomiya.